Dibattito sulla 'lettera agli studenti', l'insegnante: 'Rispondo alle obiezioni'

Scuola generico 16/02/2014 - Nei giorni scorsi Vivere Fabriano aveva pubblicato una lettera aperta che l'insegnante fabrianese Giuseppina Tobaldi aveva scritto ai suoi studenti. L'articolo ha fatto il giro della rete suscitando obiezioni e solidarietà. L'insegnante risponde, sempre per mezzo delle nostre pagine, alle osservazioni dei lettori.

"Grazie alla vostra disponibilità a pubblicare il mio intervento sulla scuola, la mia lettera aperta agli studenti ha fatto il giro della rete, diffondendosi anche al livello nazionale. Non nascondo la mia soddisfazione anche perché sinceramente ci speravo poco; evidentemente la misura è davvero colma, ma come spesso succede tutto rischia di finire in un fuoco di paglia.

L’indignazione (per quanto sacrosanta) in questo paese dura sempre poco. Vorrei ancora approfittare della vostra pagina online, sia perché, se l’argomento ha suscitato finalmente interesse, bisogna “battere il ferro finchè è caldo”, sia per rispondere pubblicamente alle obiezioni o osservazioni critiche che in rete sono state mosse al mio intervento. Poche, devo dire, rispetto ai commenti positivi, ma altrettanto importanti, perché l’unanimità di consensi non è normale e mi spaventa.

Le obiezioni si possono raccogliere in queste tre categorie:

La prima obiezione che mi è stata fatta è che il lavoro dell’insegnante è una vocazione e va fatto indipendentemente dalla gratificazione economica. A questa obiezione rispondo così. È vero fare l’insegnante DEVE essere una scelta per vocazione e passione e indipendentemente dallo stipendio. Se un insegnante cura ogni suo alunno per aiutarlo a superare le sue difficoltà (spesso anche emotive), se si inventa strategie di insegnamento per essere più efficace, se approfondisce, si documenta e si aggiorna sulla disciplina da insegnare e non si limita ad essere un ripetitore di contenuti, si sovraccarica di lavoro, ma sia chiaro che fa semplicemente il suo dovere. Quello che secondo me è inaccettabile sia come politica scolastica sia per la dignità di chi lavora è pretendere che le attività al di fuori dei doveri di contratto non siano gratificate economicamente. Tengo a precisare che non è giusto pagare in modo eccessivo le attività aggiuntive perché non passi il messaggio che l’incarico di seguire un progetto o un’attività o una funzione sia più importante del lavoro che viene svolto la mattina con le classi. Ma tra pagare troppo e pagare zero c’è un abisso. E in questo abisso sprofonda non solo la dignità di chi lavora, ma anche la qualità del servizio scolastico, dato anche dal contributo fondamentale di amministrativi, tecnici, collaboratori scolastici, già penalizzati anche loro dal taglio del personale e come noi docenti nella retribuzione.

La seconda obiezione è che se scelgo di astenermi dalle attività aggiuntive (lo straordinario per intenderci) danneggerei solo i miei studenti. Questo io lo chiamo ricatto morale, al quale ho ceduto molto spesso. Credetemi ci penso ogni giorno al futuro dei miei studenti che hanno la stessa età dei miei figli. Ma sperare di cambiare il sistema dall’interno, adattandoci ai mezzi che ci danno, è praticamente impossibile. Meglio allora far esplodere il disagio con un’azione forte. Ci si rende conto del valore di una cosa quando ci viene tolta: ed è ora che il lavoro, l’istruzione, la cultura tornino ad essere valori di cui DOBBIAMO sentire la mancanza.

La terza obiezione che mi è stata fatta è che dovrei essere contenta di avercelo un lavoro perché c’è gente che lavora per molto meno e con molti meno diritti e sta peggio di me. Quindi di che cosa mi lamento? Ecco questo concetto secondo cui l’uguaglianza si ottiene togliendo diritti a chi li ha anziché estenderli a chi non li ha, io proprio non lo capisco. Significa non aver individuato il vero “nemico” che non è il docente di ruolo nemico del precario, o il dipendente pubblico nemico del dipendente privato, o chi lavora nemico di chi è disoccupato o cassaintegrato. Forse non ci è chiara una cosa: se ci si salva ci si salva tutti insieme oppure si affonda. È vero io che sono di ruolo e che, tutto sommato svolgo un meraviglioso lavoro che mi dato spesso delle soddisfazioni (non economiche ma umane), potrei infischiarmene. Forse l’ho fatto perché sono convinta che se si investisse su scuola istruzione ricerca e cultura tanti ottimi professionisti e tanti giovani precari troverebbero una dignitosa stabilità per progettare un futuro per loro e per il paese".

Giuseppina Tobaldi – docente di letteratura e storia all’istituto tecnico per il turismo Morea





Questo è un articolo pubblicato il 16-02-2014 alle 19:08 sul giornale del 17 febbraio 2014 - 1950 letture

In questo articolo si parla di scuola, attualità, studenti, fabriano, insegnanti, vivere fabriano, Raffaela Cesaretti

Licenza Creative Commons L'indirizzo breve è https://vivere.biz/YA7


Ciro Ponticelli

17 febbraio, 14:48
Gentile insegnante
condivido pienamente la sua lettera, e ritengo che le obiezioni poste da alcuni lettori sono solo le solite ipocrise di gente che "predica bene ma razziola male".

Quello che secondo me è inaccettabile sia come politica scolastica sia per la dignità di chi lavora è pretendere che le attività al di fuori dei doveri di contratto non siano gratificate economicamente.Posto che non conosco "i doveri di contratto" debbo ritenere che questi siano stati regolamentati tra sindacato e ministero dell'istruzione. Sembra quasi leggere che da un disagio professionale si sia pervenuti, con estrema velocità, a problemi sindacali. Le auguro una felice vita nel sindacato......forse in Italia abbiamo bisogno di un numero maggiore di pesone nel sindacato e di un minor numero di bravi insegnanti

Per quanto riguarda lo schiavismo abolito già due secoli orsono, non sarei così perentoria per quanto riguarda la nostra storia assai complicata in quegli anni. La repubblica serenissima di Venezia si scordò di abolire tale pratica ed negli anni successivi non si legiferò in tale senso. L'ultimo caso sicuramente accertato di schiavitù in Italia risale al 1812 in Sicilia; per la liberazione di uno schiavo del principe di Petrulla fu intentata una causa legale nel corso della qua­le l'avvocato dello schiavista portò le seguenti argomentazioni: l’affrancazione dello schiavo dopo aver ricevuto il battesimo (se non si converte al cattolicesimo non se ne parla nemmeno) non veniva affatto sancita dalle leggi civili ed ecclesiastiche, e riportandosi alle massime apostoliche concludeva che la servitù dell'uomo è in sintonia col di lui nobile carattere di cristiano e che l'autorità di pubblicisti, la santità stessa di nostra Religione, la disciplina della Chiesa... lo persuadono a suggerire alla maestà vostra che il servo, anche dopo il battesimo, deve restare nella sua servile condizione, quando il suo padrone, come nel caso di cui si tratta, non voglia donargli la libertà. [….]ma tra accertare ed abolire passa una grande differenza.




logoEV