Herbert List e la passione per l'Italia

6' di lettura 06/06/2020 - Cari lettori, con questo articolo prende ufficialmente il via la nuova rubrica culturale “ComunicArte” ospitata su Vivere Senigallia e Vivere Marche. La rubrica è a cura dell'omonima Associazione nata a Senigallia nel 2016 e oggi attiva su tutto il territorio regionale con mostre d'arte e iniziative culturali.

Abbiamo pensato di partire con la recensione della mostra fotografica “Sguardi di Novecento: Giacomelli e il suo tempo”, andando nello specifico a prendere in esame gli scatti in bianco e nero del fotografo tedesco Herbert List (Amburgo, 1903 – Monaco di Baviera, 1975), in esposizione presso i locali di Palazzo del Duca.

Sono ben dieci le opere di List presenti in mostra: in tutte emerge l'amore che l'irrequieto fotografo e viaggiatore instancabile nutre per l'Italia e la Grecia. Si tratta di fotografie scattate tra la fine degli anni Trenta e l'inizio dei Cinquanta, accomunate da un silente equilibrio compositivo e da un'eleganza che si richiama al neoclassicismo, elementi però sempre permeati di un realismo minimale e profondamente novecentesco.

La prima fotografia del grande sperimentatore amburghese inserita nel percorso espositivo è “Carnevale romano”, opera del 1953, forse non a caso collocata nel salone principale di Palazzo del Duca, ambiente votato alla risata e decorato secondo uno stile faceto, come testimoniano i sublimi cassettoni del soffitto («Una sottile vena di allegria e, forse, di follia, percorre questi soffitti, nei quali si fondono i motivi della festa popolare, quelli carnevaleschi e tutti quelli dell'immaginario cinquecentesco [...]», dalla pubblicazione di M. Bonvini Mazzanti, “Senigallia”).

Sullo sfondo della foto di List, un muro scrostato fa da quinta teatrale ad un gruppo di tre ragazzi di borgata che usano un semplice panno bianco per creare la loro maschera di carnevale. Ne escono visi quasi spiritati, espressioni grottesche e deformate nei tratti grazie a questo piccolo ma geniale espediente.

La Roma di quegli anni assiste a un rinnovamento urbanistico accelerato, che esacerba ulteriormente le differenze tra campagna incolta e ordinato ma anonimo tessuto cittadino in espansione, e le fotografie di List cercano di cogliere gli aspetti più genuini di una vita di stenti eppure tenace e a tratti spensierata.

Come nell'immagine intitolata “Piccolo Garibaldi: bambino che corre con la bandiera italiana” (1953), scattata sempre a Roma: il divertimento della corsa irrompe sul selciato dove ormai sfrecciano sempre più auto, e il senso di dinamismo che l'angolo visuale crea ricorda taluni dipinti futuristi (si pensi a Giacomo Balla e al suo “Dinamismo di un cane al guinzaglio” del 1912).

In “The long walk”, invece, protagonisti sono l'interminabile facciata di un palazzo romano e il lento incedere di un'anziana signora dall'aria corrucciata, goffa e dignitosa a un tempo, che si fa strada a testa alta col suo bastone, percorrendo l'unica striscia di sole risparmiata dall'ombra che gli alti edifici romani proiettano sul pavé. Le architetture si srotolano, lo spazio si dilata e diventa metaforica ambientazione per i pensieri inespressi, tempo interiore e personale: la lunga camminata è quella di gambe ormai stanche e affaticate.

Di soggetto simile ma ambientazione diversa è un'altra fotografia presente in mostra, forse la più affascinante di List: “L'ultima neve”, scattata a Monaco di Baviera nel 1953, la stessa Monaco che List aveva fotografato nel '46 per documentare i disastri post-bellici. Ora invece si concentra sulle geometrie e sulle forme appiattite da uno spazio bidimensionale costruito con implacabile precisione, animato dal particolare delle impronte sulla neve, caotiche e bellissime, che formano una scia filamentosa ben marcata, disegnata dalle suole dell'unico uomo colto a passeggiare lì. Queste impronte, mosaico da marciapiede, rimandano alle schegge impazzite e danzanti protagoniste della caleidoscopica cristallizzazione realizzata da Adriano Malfagia negli anni '50, visibile nello scatto presente a Palazzetto Baviera, dov'è ospitato il secondo nucleo di opere della mostra (“Sguardi di Novecento a Senigallia. L'Associazione Misa, per una fotografia artistica”).

I paesaggi più ricorrenti di List sono le città tedesche (Monaco e Amburgo specialmente), le spiagge del nord Europa (Lago di Lucerna, Mar Baltico, Lago di Ammersee) e quelle del Mediterraneo (Santorini, il sito archeologico di Bassae, sempre in Grecia, Napoli, la Liguria,) dalle quali si sprigiona una luce delicata e avvolgente. A volte questi idillici panorami vacanzieri sospesi nel tempo si intravedono appena, perché il fotografo vuole far emergere nella composizione corpi in lotta elegantemente avvinghiati: è il caso di “Wrestling boys 2”, altra fotografia in mostra, scattata nel '33 sul Mar Baltico, che si potrebbe quasi considerare ricordo di un immaginario incontro tra Michelangelo e Bacon.

Ma List è stato anche un notevole ritrattista: ha scattato fotografie intensissime di Anna Magnani, Giorgio de Chirico, Vittorio de Sica, Jean Cocteau, Marino Marini, Pasolini, Giorgio Morandi e Picasso, solo per citarne alcuni.

Ha sempre evitato di fossilizzarsi su un genere specifico e di lavorare in maniera esclusiva per agenzie fotografiche di grande prestigio come la Magnum, fondata nel 1947 a New York, o Harper's Bazaar, rivista di moda statunitense con la quale List collabora per un breve periodo, attorno agli anni Trenta.

Inizia a viaggiare sin da giovanissimo per via del lavoro del padre, commerciante di caffè, che porta la sua famiglia a vivere con lui a San Francisco e in Sud America. Herbert approda in seguito a Parigi (1935) e a Londra (1937), non senza effettuare viaggi regolari in Grecia e in Italia. Nel 1941 è costretto a tornare dalla Grecia per arruolarsi e non ha vita facile in terra natia, dove gli viene impedito sostanzialmente di lavorare e di pubblicare le sue opere, a causa delle sue origini ebraiche.

Ecco quindi che lo spirito errabondo di questo grande fotografo dal carattere riservato – quando muore, nel '75, la sua fotografia è già stata dimenticata; senza contare che ancor prima, durante la seconda guerra mondiale, una parte consistente del suo lavoro, conservata in un hotel a Parigi, andò irrimediabilmente perduta – non è mai disposto ad accontentarsi e parte alla ricerca di soggetti fotografici conformi al suo stato d'animo, rinnovando continuamente tecnica e composizione. Sperimenta il genere della natura morta in studio, per poi aprirsi alle composizioni in luce naturale, al realismo, così come alla fotografia metafisica. E giunge alla fine del suo percorso ad una disarmante constatazione: «Le foto che ho scattato spontaneamente - con una sensazione di beatitudine, come se avessero abitato a lungo il mio inconscio - erano spesso più potenti di quelle che avevo composto scrupolosamente. Ho afferrato la loro magia come di passaggio».

Herbert List è sicuramente un fotografo da riscoprire e apprezzare, sia per il suo inesausto eclettismo che per quel lirismo attento e garbato, cifra stilistica del suo personale sguardo sulla realtà.








Questo è un comunicato stampa pubblicato il 06-06-2020 alle 12:14 sul giornale del 08 giugno 2020 - 244 letture

In questo articolo si parla di cultura, ComunicArte, comunicato stampa, Lorenza Zampa

Licenza Creative Commons L'indirizzo breve è https://vivere.biz/bnnX

Leggi gli altri articoli della rubrica ComunicArte





logoEV