Achille Corrieri, il film-maker documentarista etnografico, Indiana Jones fabrianese: la nostra intervista

6' di lettura 16/11/2020 - "Circa tre anni fa – ci risponde - avevo deciso di smettere definitivamente questa mia grande passione, ma dentro di me covava sempre la voglia di riprendere. Questa estate avevo intravisto un argomento su Fabriano che non aveva toccato ancora nessuno.

Purtroppo i forti condizionamenti di questo periodo dovuti a questo maledetto Coronavirus mi hanno costretto a soprassedere. Comunque ho visto che la città sta sfornando alcuni giovani veramente bravi dotati di fantasia e creatività, con la voglia di raccontare attraverso i video i vari aspetti della nostra Fabriano. In fondo è meglio così, perchè come si usa dire in questi casi: largo ai giovani!".

Parliamo di Achille Corrieri?
“Ho iniziato a studiare musica all’età di dieci anni, attraversando tutti gli anni ’60 suonando la tromba e la batteria con i gruppi locali più in voga dell’epoca. A metà degli anni ’70, la grande passione per il cinema e il documentario, mi avvicina alla fotografia e alla cinematografia. Così, dopo alcuni brevi film a soggetto in Super8 insieme a Paolo Minelli e Marco Galli, mi indirizzo verso il documentario etnografico e avventuroso, che è e rimane il mio genere preferito”.

C’è un motivo per il quale s’è focalizzato su questo genere di produzione?
“Folgorato dalle letture giovanili di Jack London, Kipling, Salgari e dalla voglia di misurarsi con me stesso, ho realizzato reportage in tutti i continenti: dall’Alaska al Sahara, dal Sudafrica alla Norvegia, dal Tibet all’Irlanda, dall’Islanda al Nepal, dal Sinai alla Lapponia Finlandese, ecc. Attraversando giungle, deserti, montagne, foreste, fiumi, ghiacciai. Ho filmato serpenti, coccodrilli, orsi, leoni, leopardi, rinoceronti, balene, elefanti, utilizzando per le riprese elicotteri, barche a vela, alianti, fuoristrada, mongolfiere, dorso di elefante”.

Queste imprese le ha portate a termine in solitaria?
“Di volta in volta, alle spedizioni si sono uniti grandi sportivi e personaggi eccezionali dell’avventura come lo sciatore estremo Toni Valeruz, l’esploratore Carlo Bondavalli e il suo amico Francesco Casoli. Insieme al fabrianese Daniele Bonafoni, secondo cameraman, sono andato in Tibet raggiungendo i 5.500 metri di altitudine per filmare yak, capre himalayane e le discese ­­­­fluviali in kayak di Carlo Bondavalli. In Sinai ho convissuto per dieci giorni con una tribù di beduini documentando la loro vita e filmando graffiti di tremila anni fa, sconosciuti allo stesso corpo accademico internazionale. In gommone ho disceso i 1000 chilometri del fiume Reno, dalla Svizzera al Mare del Nord. In Norvegia, ho filmato il percorso di due biologi dell’Università di Camerino che hanno prelevato campioni di acque e vegetazione per studiare i danni delle piogge acide; in Australia i petroglifi (incisioni rupestri) di 50 mila anni fa nascosti in grotte del territorio aborigeno di Arnhemland, in piena foresta pluviale. In Nepal, con Francesco Casoli, sono riuscito a filmare il re e la regina all’interno del Palazzo Reale: un vero scoop perché nessuna troupe italiana o straniera vi è mai riuscita, oltretutto anche alla luce della strage dei regnanti avvenuta qualche mese dopo. In Alaska va sul Lynn Canal, lungo la rotta della mitica corsa all’oro che, alla fine dell’ottocento, vide una moltitudine di disperati inseguire il miraggio di ricchezza nello Yukon e nel Klondike, gli stessi territori dove Jack London ambientò il romanzo Zanna Bianca. Qui ho filmato le balene megattere e un’avventurosa discesa in parapendio di Toni Valeruz sopra Juneau, la capitale dello stato. In Sudafrica, ancora con Francesco Casoli e Carlo Bondavalli, ho realizzato un safari memorabile a distanza ravvicinatissima con i grandi felini della savana e filma le Cango Cave, le grotte calcaree più famose di quel paese e chiuse al pubblico. In Islanda, tra geyser e cascate, ho intervistato geologi e glaciologi sull’arretramento dei ghiacciai dovuto al surriscaldamento terrestre e il Ministro dell’Ambiente sui danni causati alla natura dall’industria metallurgica”.

Ricorda una esperienza ancora più emozionante tra queste citate?
“Una corsa in sleddog, slitta trainata da cani, e a bordo di un mezzo anfibio ho filmato il paesaggio surreale creato dagli iceberg galleggianti nella Laguna di Jokursarlon. Oltre a Daniele Bonafoni, a questa spedizione hanno partecipano altri due fabrianesi: Cristian Alterio e Sauro Stopponi. Il pensiero ed i ricordi tornano spesso anche alla missione umanitaria promossa dal Comune di Fabriano e dalla Croce Azzurra, in Croazia appena dopo la guerra, documentando macerie e fosse comuni”. Questi, solo alcuni dei documentari di un “Indiana Jones” della città con telecamera in spalla. “Viaggi – sono ancora sue parole - con un certo grado di pericolosità che richiedono una adeguata forma fisica e consapevolezza dei rischi”.

Ci parli del processo di produzione di un documentario?
“Il montaggio rappresenta l’elemento centrale, per il quale ho ricevuto diversi premi, con testi, asciutti e mai retorici, scritti di mio pugno e letti da famosi doppiatori cinematografici. La conoscenza della musica, inoltre, mi ha permesso di scegliere i brani e le sonorità più adeguati per accompagnare le atmosfere delle varie sequenze. Ecco il motivo, almeno credo, per il quale diversi reportage sono stati trasmessi da emittenti nazionali come RAI 3, Rete 4, SKY SPORT, oltre a numerosi riconoscimenti e premi, ho vinto anche due Film Festival Internazionali”.

Parliamo ora della sua attività da documentarista fabrianese?
“Ho rivolto l’attenzione al patrimonio culturale, storico e artistico del nostro territorio, realizzando filmati sui cento anni di storia del nostro giornale L’Azione, sul Cantamaggio, sull’Abbazia di Valdicastro, sul tradizionale “svegliarino” di Santa Cecilia, sullo stato della ricostruzione della città a quattro anni dopo il terremoto del ’97, sulla Villa Marchese del Grillo fatta erigere veramente da quel bizzarro personaggio portato sullo schermo da Alberto Sordi, ecc. Non ho tralasciato figure di artisti come Edgardo Mannucci, Franco Zingaretti, Roberto Moschini. In 38 anni di attività ho inquadrato una moltitudine di soggetti dai contenuti sempre diversi tra loro, il cui elenco sarebbe troppo lungo da fare in questa sede”. Oggi, come sopra detto, Achille Corrieri ha messo la telecamera a riposo ed è facile incrociarlo nei sentieri dei Monticelli o al Bar di San Silvestro, dove va per un caffè e un momento di relax. A chi lo riconosce e gli chiede dei suoi viaggi, ben volentieri si presta, rispondendo con la solita verve spiritosa e piena di passione, la stessa che metteva nel far documentari. Quella passione è stata lo stimolo che lo ha sempre sollecitato in quell’atavico bisogno di conoscenza dell’essere umano, non solo verso culture diverse e territori lontani, ma anche in quelli più sconosciuti e misteriosi che ognuno di noi ha dentro la propria anima, ben sapendo che, come lui dice: “Un’avventura nel paesaggio e tra gli uomini è possibile solo a patto di riconoscere e rispettare il patrimonio della diversità”.






Questa è un'intervista pubblicata il 16-11-2020 alle 15:23 sul giornale del 17 novembre 2020 - 602 letture

In questo articolo si parla di redazione, spettacoli, fabriano, intervista

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