"Cratere", il primo romanzo distopico del fabrianese Ambrosini

4' di lettura 26/10/2021 - Il viaggio all'interno della realtà editoriale fabrianese, continua con il primo libro del professore di lettere alle scuole superiori Stefano Ambrosini. Il suo unico lavoro, per ora, s'intitola “Cratere” ed è un romanzo, che arriva dopo aver pubblicato libri di fotografia e con il quale tenta un nuovo percorso letterario.

E' un libro di narrativa di 170 pagine, promosso dalla Claudio Ciabochi Editor. Racconta la storia di un uomo che, segnato da una grave tragedia personale, decide di dedicare ciò che resta della sua vita a salvare quanto di bello ancora resta nel luogo devastato in cui vive. Si dedica a far uscire dal “Cratere” gli oggetti antichi e d’arte per evitare la loro distruzione. Verrà sospettato di aver ucciso e poi fatto sparire un losco personaggio e la vicenda giudiziaria finirà per intrecciarsi con quella umana.

Il protagonista è un uomo segnato dalle sue ferite che però trova la forza di lottare contro tutti in un contesto in cui i valori e l’etica si sono rovesciati. Nel suo agire spregiudicato c’è tutta la sua determinata positività. E’ un piccolo volume tascabile, facile da portarsi dietro, ma impegnativo sotto l’aspetto dell’interpretazione. Un’esperienza che ha avuto un ottimo successo, che ha spinto l’autore ha pensare già ad un nuovo lavoro.

Che tipo di scrittore abbiamo di fronte?
"A definirmi scrittore mi sento in imbarazzo - dice Ambrosini - ho scritto un romanzo e forse a breve ne produrrò un altro. Più che altro, in passato ho pubblicato libri di fotografia. Poi sentivo la voglia di voler scrivere questa storia e quando c'è stata l'occasione l'ho buttata giù. E' la prima esperienza da scrittore. E' partito tutto da una esigenza personale, poi ho avuto la fortuna di presentarlo al Festival del Libro di Torino del 2019 (l'ultima edizione prima della pandemia) e quella per me già è stata una grande soddisfazione. Ha avuto un buon riscontro di pubblico. Non sono uno scrittore prolifico, nel senso che scrivo se ho qualcosa da voler esprimere. Credo che bisogna dare al pubblico il meglio possibile, non scrivere tanto per farlo, visto che io lo faccio dando all'impegno molta importanza. Per questo ho rispetto del settore e lo voglio fare solo se so quello che quello andrò a scrivere avrà valore, uno spessore. Ora sto aspettando per mettere insieme idee e organizzare qualcosa, penso che a presto uscirà qualcosa".

Professore, di cosa parla il suo romanzo, molto profondo per gli argomenti trattati e inquadrato in un contesto generale?
"Il titolo "Cratere" si riferisce ad un luogo inventato, c'è una distopia, ma per chi è di Fabriano può riconoscervi la propria città. A me serviva un luogo, un territorio devastato, in crisi, per fare da contesto alla storia. Poi quando uno deve scegliere, inventare descrivere qualcosa, preferisce utilizzare ciò che ha sotto gli occhi, Il pubblico fabrianese ci ha riconosciuto la sua città, forse è stato deviato da certe situazioni, pensando che fosse solo una critica al territorio locale. Sicuramente è un discorso più generale, che riguarda probabilmente tutta l'Italia e anche oltre. Al centro c'è la vicenda particolare del protagonista, che è un eroe con delle ferite interiori e che dopo vicissitudini dolorose si è dato una missione, quella di salvare quanto e più cose belle da questo "cratere" (cioè da questa distruzione). Quindi salvare la bellezza che è rimasta per non lasciare che vada distrutta, perduta. I fabrianesi ci hanno probabilmente riconosciuto più il contesto del territorio ed ha perso di vista quella che era la storia del romanzo. Chi lo ha letto da fuori ha colto forse meglio il concetto, in modo più generico, perché non si è lasciato condizionare dai riferimenti al nostro territorio. Nel mio romanzo Fabriano è solo fonte di ispirazione per argomenti più generali".

Ci sarà un seguito a questo suo primo romanzo?
"No, non un seguito. Non lo so ancora. Vorrei rimanere sul genere del noir, che come la fantascienza, il romanzo distopico, fornisce l'occasione per dare uno sguardo tipico sulla realtà in cui uno vive. Perché se uno parla proprio oggettivamente della realtà, difficilmente ci si riconosce. Non c'è un transfert automatico in questo, della realtà quotidiana e realtà... Invece attraverso ambientazioni diverse e più facile riconoscersi e guardare da un'altra angolazione se stessi e mettere in atto un discorso critico verso il mondo in cui si vive".


di Angelo Ubaldi
redazione@viverecamerino.it





Questo è un articolo pubblicato il 26-10-2021 alle 15:09 sul giornale del 27 ottobre 2021 - 310 letture

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