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Riconoscimenti Unesco: lo chiede anche San Vittore alle Chiuse

3' di lettura 15/05/2023 - San Vittore alle chiuse, comune di Genga (provincia di Ancona): il primo impatto è con il ponte romano. Sta qui da secoli, sul fiume Sentino che si butta nell'Esino. Una torre medievale lo protegge. Lo attraversiamo in compagnia di quattro ragazzi della Svizzera italiana. Studiano comunicazioni sociali. Hanno uno zaino in spalla. Arrivano da Norcia dove hanno salutato la statua del Santo fondatore dell'Ordine, Patrono d'Europa. Visitano le abbazie. Appartengono ad una confraternita di ispirazione benedettina. “Ora Lege Labora et Noli contristari” (Prega Leggi Lavora e Non essere triste). È la Regola di San Benedetto. «Il luogo è giusto per ricordarla», dice uno dei giovani: fisico atletico, occhiali rotondi, profonda cultura.

L'abbazia di San Vittore è stupenda. La si intravede maestosa dall'arco della torre. La si gode nella sua completezza una volta entrati in quello che era il centro storico fortificato. L'edificio sacro sorge su un ripiano di terra. Abbazia e cenobio, per l'esattezza, come dire: luogo di preghiera e luogo di vita comune. Ma l'aspetto è anche quello di una fortezza con le due torri incastonate nella struttura.

La pietra calcarea grigia delle pareti spicca sul verde intenso della vegetazione di mezza montagna, anzi, dei picchi rocciosi che qui sembrano scontrarsi dando vita ad una gola. Siamo a due passi dalle Grotte di Frasassi, uno dei percorsi sotterranei più suggestivi d'Europa. Giriamo intorno all'abbazia posando i piedi su un tappeto di margherite.

C'è silenzio in questa prima mattina di cielo sereno e di sole, finalmente. I monaci benedettini che la eressero intorno all'anno Mille - secolo di paure e di speranza - mancano da più di sei secoli. Ma sembra di rivederli: li possiamo immaginare che camminano in fila, abito nero, cappuccio a coprire il capo, usciti dalla porta della vita per recarsi in chiesa sette volte al giorno, con le tenebre e con la luce piena. Il canto gregoriano è risuonato sotto queste volte, nei cinque absidi, tra le «quattro colonne - si legge in una guida - che dividono la chiesa in nove campate coperte da volte a crociera a parte quella centrale sulla quale si imposta una cupola con tiburio ottagonale». L'abbazia è stata costruita a «croce greca», dove tutte le parti si sviluppano intorno ad un centro.

Intorno alle nove, il piccolo centro si anima: arrivano i turisti. Ci piace immaginare un altro fermento: quello della fiera di mille anni fa. Dove sorgeva un'abbazia si sviluppavano i commerci e lo scambio di generi tra la gente del monte e quella del mare. E i primi a scambiare i prodotti erano proprio i monaci.

All'interno della chiesa l'aria è molto fresca. Alzando gli occhi, colpisce il gioco dei diversi soffitti. E ancora di più attrae la luce che scende dal soffitto maggiore. Il significato è univoco: è l'Infinito ad illuminare il finito. E, a proposito di Infinito, molti si scervellano intorno ad un simbolo incavato nella parete di una finestrella, a sinistra guardando l'altare: è una specie di otto. Il numero richiama l'eternità, la Resurrezione, la Vergine Maria cui i benedettini erano particolarmente devoti.

Ma perché chiamarla allora San Vittore? Prima del santo martire, quell'area era detta dai Romani Victorianum. Forse per la vittoria dei Romani e dei Piceni sugli Etruschi, Sanniti, Galli Senoni ed Umbri. Tasselli di una grande storia.

Fa quindi piacere sapere che anche il monastero di San Vittore alle Chiuse di Genga è fra i monasteri benedettini che chiedono di essere iscritti nella lista dei siti classificati come Patrimonio mondiale dell'umanità dall'Unesco. Il progetto sarà presentato al ministro della cultura Gennaro Sangiuliano.


   

di Adolfo Leoni

fermo@vivere.it





adolfo leoni


Questo è un articolo pubblicato il 15-05-2023 alle 14:05 sul giornale del 16 maggio 2023 - 110 letture

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